Abbiamo incontrato al Sundance Walter Salles, autore del film "Diari di motocicletta"

"Quel viaggio trasformò Guevara in un rivoluzionario"

 Prodotto da Robert Redford e interpretato dal messicano Gael Garcia Bernal

"È un film sulle scelte emotive, morali e politiche che dobbiamo fare nella vita"

PARK CITY (UTAH) - Tutto esaurito e standing ovation per la prima mondiale del film più atteso di questo Sundance Film Festival: Diari di motocicletta, il film diretto dal brasiliano Walter Salles che narra il viaggio attraverso il Sud America che Ernesto "Che" Guevara fece nel 1952 con l´amico Alberto Granado. Un viaggio fra le ingiustizie e le sofferenze, che si conclude in una colonia di lebbrosi in Perù, un viaggio che trasformerà Guevara da medico idealista appena laureato in combattente rivoluzionario.

Il film, prodotto da Robert Redford, era stato concepito undici anni fa da Gianni Minà: durante una vacanza a Cuba con Gabriele Salvatores, allora interessato a fare un film sul "Che", Minà aveva ottenuto dalla vedova di Guevara i diritti del diario del secondo viaggio di Guevara, un viaggio "on the road" attraverso il Sud America in motocicletta e autostop con l´amico Granado, oggi 83enne biologo a Cuba (che non ha potuto partecipare alla prima del film perché gli Stati Uniti gli hanno negato il visto). Ed è stato proprio il ripetuto rifiuto della Rai di finanziare il progetto che ha permesso a Minà di riappropriarsi dei diritti e metterli nelle mani di Redford, il cui impegno politico non è mai stato un mistero, e di Salles.

Il giovane Guevara è interpretato dal sex-symbol della nouvelle vague latina, il messicano Gael Garcia Bernal, il ragazzo dagli occhi verde-smeraldo di Amores Perros e Y tu mama tambien, che alcuni definiscono "il Brad Pitt dell´America Latina", e Mia Maestro, compagna di Salles, recentemente vista in Frida, è l´aristocratica ragazza del giovane Ernesto Guevara prima che il viaggio dei due amici a bordo della "Poderosa" li allontani per sempre dalla loro vecchia vita.

Con gli attori e con Gianni Minà, autore di un documentario sui ricordi di Granado durante le riprese del film, Salles ci ha parlato di come l´esperienza abbia avuto una forte influenza su tutti coloro che ne sono stati coinvolti.

Cosa l´aveva attratto di più di questa storia?

«Diari di motocicletta è la storia di due giovani uomini che partono per un viaggio avventuroso attraverso un continente sconosciuto, ma questo percorso si trasforma in viaggio all´interno di se stessi. Diari è un rito di passaggio, è un film sulle scelte emotive, morali e politiche che dobbiamo fare nella vita. È anche un film sull´amicizia, sulla solidarietà, ma soprattutto sul bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, un posto per cui valga la pena lottare».

Un viaggio che ha avuto un grande impatto sulla formazione politica del Che.

«Diari di motocicletta è un film su Ernesto Guevara prima che diventasse il "Che". Alberto Granado ha detto molte volte quanto quel viaggio fosse stato decisivo per entrambi. Era la prima volta che si avventurano in America Latina, dove si confrontano con la cultura Incas e con i pensatori latino americani. Tutto questo li aiuta a capire il mondo che li circonda».

Non è quindi un documentario.

«Non è un documentario, ma cerca di trasmettere lo spirito originale del viaggio di 12 mila chilometri, iniziato a bordo della "Poderosa" e finito a Caracas, in Venezuela».

Dove avete girato il film?

«Abbiamo usato il più possibile i posti visitati da Alberto ed Ernesto, anche se molti ormai sono stati drasticamente cambiati dal "progresso". La parte più affascinante è stata quella nel lebbrosario dove Ernesto e Alberto hanno passato più di tre settimane. Sono stati i giorni più difficili: girare in quel caldo, quell´umidità? ne siamo usciti più uniti, segnati anche noi dall´esperienza».

Silvia Bizio, La Repubblica del 19/1/2004

 

 

Il documentario

Gianni Minà con l´amico del "Che" Alberto Granado sui luoghi di quella avventura

"Un film lungo un sogno"

PARK CITY (UTAH) - Gianni Minà tentava da anni di realizzare un film sul viaggio di Ernesto "Che" Guevara e Alberto Granado per l´America Latina, quando ricevette una telefonata di Robert Redford. Il cineasta aveva saputo che Minà aveva i diritti cinematografici del libro. Nel giro di poco tempo iniziava il lavoro di ricerca insieme a Walter Salles e le famiglie Guevara e Granado. «Mi ero riservato di collaborare alla sceneggiatura e a un controllo storico, e di fare un documentario al seguito. Cosa che ho fatto con la tecnica dei miei reportage sportivi per la Rai all´inizio degli anni Sessanta: microfono sempre aperto, due videocamere digitali a spalla, per portar via l´anima delle situazioni», racconta Minà.

Minà ha portato l´83enne Granado in giro per l´America Latina per 60 giorni: «Il documentario non è un "making of", è un viaggio nella memoria di un signore che ha vissuto una vita importante anche se non nota, o poco nota, che va in giro per l´America Latina 50 anni dopo, un privilegio che pochi uomini hanno, rivedendo la propria vita nei posti dove è stato con il "Che"».

Nel documentario, prodotto dalla SurfFilm, si vede Granado spiegare a Salles quale deve essere la posizione della motocicletta, o suggerire agli attori come dire una battuta.

«Il film è proprio come l´avevo sognato e immaginato», prosegue Minà. «Perché è la scoperta della vocazione di un ragazzo. Granado sta per diventare un docente universitario, un biologo di successo, quando il suo amico, diventato Comandante "Che" Guevara, lo chiama e gli dice: "Che fai? Sei diventato un borghese sedentario, qui c´è un Paese tutto da costruire, vieni qui!". E Granado prende la giovane moglie venezuelana e il figlio piccolo e nel 1961 va a Cuba a fondare la scuola di medicina di Santiago di Cuba, e per 35 anni fa il ricercatore, diventando uno dei padri della biotecnologia cubana. Ora è un pensionato povero di Cuba, ma avrebbe potuto essere un ricco docente di Caracas».

Silvia Bizio, La Repubblica del 19/1/2004

 

 

 

Quel road movie anni 50

Lo scenario politico Usa sullo sfondo del Sundance. Fuori concorso, passa la prima mondiale dei «Diari della motocicletta» del brasiliano Walter Salles, tratto dai taccuini di viaggio del Che che svela il grande amore del direttore Robert Redford per il continente sudamericano e la sua storia avventurosa

 

PARK CITY (UTAH)

Al Gore avvistato a un paio di proiezioni, l'ex governatore dell'Illinois George Ryan (quello che prima di andare in pensione ha firmato la moratoria sulla pena di morte) che arriva a Park City con un documentario contro le esecuzioni (Deadline, presentato in concorso), il regista John Sayles che, in una tavola rotonda dedicata al cinema indipendente, svela qualche inquadratura del suo prossimo lavoro (Silver City, sugli intrighi di un immaginario governatore del Colorado ispirato a George Bush), il sito liberal/attivista MoveOn.org che indice un grossa festa di fundrising per la campagna contro Bush proprio qui, in pieno festival... Nonostante la sua relativa inaccessibilità rispetto agli epicentri della politica e del cinema Usa, il Sundance non è mai troppo lontano da nessuno dei due. E questo lo si verifica curiosamente quasi ogni anno, non importa quello che sta succedendo nelle news. Nonostante i lungometraggi visti finora in concorso sembrino, come spesso succede, i riflessi di immaginari piuttosto limitati - oggetti più preoccupati di non offendere, di rappresentare «buoni sentimenti», o di essere venduti bene, che di dire qualcosa (sul mondo o sul cinema) - l'aria del festival è (fortunatamente) sempre più densa e complicata della caccia all'ultimo esordiente con cui fare fortuna. In buona parte grazie al concorso non fiction - che supplisce alla mancanza di contenuti di quello drammatico in modo spesso fin troppo politically correct - in parte perché, dopo vent'anni, il festival continua a riflettere le complessità di identità e degli interessi dell'uomo che lo ha inventato. Come abbiamo scritto l'altro giorno, Robert Redford è molto più presente del solito in questa edizione del Sundance. Fisicamente e sullo schermo. Il momento più emblematico della sua presenza è forse stato sabato sera quando, davanti a un pubblico entusiasta, è stata proiettata fuori concorso la prima mondiale de I diari della motocicletta(nelle sale italiane dal 26 marzo), film tratto dai taccuini di viaggio di Che Guevara (editi da Feltrinelli con il titolo Latinoamericana). Non sorprende che il film sia un progetto iniziato dello stesso Redford (che ne è produttore esecutivo), anni fa. In questo road movie sul Sudamerica anni `50 e sul risveglio politico di due studenti argentini - Ernesto Guevara e Alberto Granado - ci sono parecchie delle passioni del fondatore del Sundance. Intanto la fede nella possibilità di film commerciale «a sfondo politico» (nella sua filmografia basta pensare a Il candidato, Gli spericolati o Quiz Show), poi la terra, il continente sudamericano (per cui Redford ha un grandissimo amore e al cui cinema il festival ha dedicato numerosi omaggi e, per anni, una sezione) in ultimo i nativi d'America (del Nord e del Sud) dei cui diritti Redford si è spesso occupato in prima persona (anche producendo film come il documentario Incident at Oglala) e della cui produzione cinematografica, il Sundance continua tutt'oggi a ospitare ogni anno un programma speciale. Anche la scelta del regista a cui affidare questo progetto che gli stava tanto a cuore è sintomaticamente «redfordiana». Dopo aver contribuito, attraverso il suo Sundance Institute alla realizzazione di Central do Brasil, Redford ha offerto I diari della motocicletta a Walter Salles. Il cineasta brasiliano, ambasciatore ufficiale del cinema sudamericano in Usa che, con Central do Brasil e più recentemente con City of God (che ha solo prodotto), ha saputo conquistarsi la fama di filmmaker allo stesso tempo «impegnato» e di successo. Non a caso poco dopo la proiezione dei Diari della motocicletta, il film è stato acquistato dalla Focus (l'ex indipendente Good Machine è oggi la divisione «d'arte» del gigante Universal ). Il soggetto potenzialmente «caldo», evidentemente, non ha contato per nulla.

 

Il segreto sta nel tocco «light» di Salles che ha fatto un film meno sentimentale di Central do Brasil e meno patinato di City of God e che lo stesso Variety ha entusiasticamente definito «politicamente accessibile» anche a chi non sottoscrive l'eredità del Che. Insomma, una sorta di «romanzo di formazione», in Super 16mm (riprese in Argentina, Cile, Perù e a Cuba; la fotografia è del francese Eric Gautier), con un mix di attori professionisti e non, in cui, attraverso primi amori, avventure e disavventure da «gran tour», incontri umani e/o politici, e squarci di paesaggi fantastici (Machu Picchu, Valparaiso, l'Amazzonia peruviana - fortunatamente privi dell'effetto cartolina), si intessono l'intuizione e la logica dell'unità geopolitica dell'America meridionale. «Questo è un film su Ernesto Guevara, ma prima che diventasse il Che. E la definizione non è mia ma di suo figlio, Camilo», ha detto Salles in un'intervista apparsa sul press book del film. E ancora: «D'altro canto Alberto (Granado, che Salles ha intervistato a lungo; ndr) ci ha detto molte volte quanto decisivo sia stato quel viaggio per entrambi, come abbia contribuito a definire il loro futuro. Era la prima volta che viaggiavano attraverso l'America Latina, che vedevano i resti della cultura Inca e che venivano esposti alle teorie di pensatori come Mariategui». Felicissima la scelta di casting che, nei panni del giovane Che Guevara, vede il messicano Gael Garcia Bernal e in quella di Granado l'attore teatrale argentino Rodrigo De La Serna. Il film inizia nel 1952, a Buenos Aires quando i due ragazzi partono per il loro viaggio a bordo di una vecchia Norton 500 del 1939, soprannominata La Ponderosa. Finisce otto mesi dopo in Venezuela.

Giulia D'Agnolo Vallan, Il Manifesto del 21/1/2004