THE NEW WORLD

 

Come Scorsese in Gangs of New York anche Malick, con uguale cinismo e profonda disaffezione per il presente, torna sul sogno americano e la conquista del West per avvertirci che tutto si fonda sulla violenza. Ripete la favola storica di Pocahontas senza romanticismi aggiunti, affrontando l'arrivo dei pionieri dall'Inghilterra nel nuovo Mondo (Virginia, 1607), paradiso perduto in cui il cap. Smith (Colin Farrell) s'innamora della principessa indiana. La contaminazione è perdizione, il sogno s'infrange e la giovinetta muore dopo il contatto con la «civiltà» e l'amore di riporto con Christian Bale. Non manicheo ma antropologico (un cine Lévi Strauss), Malick, l'occhio perduto nell' infinito di una sontuosa impaginazione, ci tiene a distanza in questa love story più disperata di King Kong. Ma i riferimenti alle tragedie di poi dopo sono precisi, prefazione di ogni guerra: apocalypse always. VOTO: 7,5

Maurizio Porro Il Corriere della Sera, 13 gennaio 2006

Dieci anni dopo il cartone Disney la leggenda di Pocahontas e di John Smith rivive nel nuovo atteso film di Terrence Malick, il quale però ci pensava da molto tempo prima. È il 1607, tre navi inglesi con a bordo 103 uomini, in gran parte aristocratici, approdano sulla costa atiantica della Virginia, fortificano la loro postazione e fanno presto a capire che non si tratterà di colonizzare ma di sopravvivere. Intorno a loro vive la tribù del capo Powhatan. Ma il capitano John Smith, che già in viaggio si è distinto tanto per insubordinazione che per valore, familiarizza con la giovanissima figlia del capo indiano (Poccahontas: «colei che ama giocare»). Rapito dalla gioiosa passionalità della ragazza se ne innamora. Molte cose ancora succederanno (150 minuti di film): fra stranieri e indigeni sarà guerra, la postazione sarà distrutta e rimpiazzata, Smith farà ritorno in patria, al suo posto arriverà un altro aristocratico che sposerà Pocahontas, avrà un figlio da lei, la porterà in Inghilterra e al cospetto del re, Pocahontas e Smith s'incontreranno ancora una volta qui e subito dopo lei morirà, a vent'anni. Il nodo intorno al quale l'originalissimo regista che nel 1998, a vent'anni dal suo film precedente I giorni del cielo (1978), diresse La sottile linea rossa, rispetto alla cui perfezione non ci si può non dire un po' delusi da Il Nuovo Mondofa girare la storia è quello dei sentimenti. Quanto fa avvicinare e lega l'uomo e la donna dei due mondi è dettato, con gli occhi di oggi, dalla più auspicabile delle disponibilità, curiosità, tolleranze, da spirito di pace. Ma in quel tempo e in quel contesto i due furono traditori delle rispettive genti, ben lontane dal concepire la possibilità di convivere in pace. È insomma la riflessione di un uomo, di un artista e di un intellettuale, di un americano soprattutto di oggi. Condotta secondo le modalità avvolgenti, epiche, mai drammaturgicamente e narrativamente lineari di questo cineasta. Con 'andatura lenta e maestosa che s'intona all'imponente bellezza del paesaggio. Ritrovato miracolosamente incontaminato nei luoghi dove veramente gli inglesi sbarcarono quattro secoli fa.

Paolo D'Agostini La Repubblica, 13 gennaio 2006

L'America vera aspetta ancora di venire scoperta: questa è la prima sorpresa offerta da Terrence Malick nel suo film The New World, il Nuovo Mondo, appena presentato alla stampa, destinato a uscire in Italia il 13 gennaio. E l'epica storia della nascita di una nazione, l'America: esteticamente bella, storicamente sorprendente. Malick, 60 anni, laureato in filosofia, regista diverso da tutti (in 33 anni di carriera ha diretto soltanto tre film grandiosi, La rabbia giovane nel 1974, I giorni del cielo nel 1978 e nel 1998 La sottile linea rossa sulla seconda guerra mondiale), amante più di tutti del proprio Paese da lui rappresentato in maniera pittorica e sintetica come una immensità calma, un paradiso perduto o addormentato lacerato dalla violenza, nemico del piccolo realismo e delle psicologie, affronta la storia d'America come nessun altro. Non comincia con Cristoforo Colombo ma nel 1607: l'anno in cui la prima colonia permanente inglese si formò in Virginia con l'arrivo di tre navi approdate alla foce del fiume James e con la fondazione di Jamestown. Malick va oltre ogni manicheismo: gli indiani Algonquin e gli inglesi non si mostrano reciprocamente ostili, gli uni e gli altri sembrano favorevoli al cambiamento, non ci sono buoni e cattivi, ciascuno è ugualmente buono o cattivo a seconda delle circostanze. Gli inglesi non ostentano avidità di possesso ma felicità: «Qui c'è buon terreno per tutti, non avremo padroni che ci rubino il frutto della nostra fatica, gli uomini non saranno preda gli uni degli altri». Gli indiani sono curiosi e benevoli. Ad acuire le rivalità a sfrenare la violenza saranno poi gli eserciti, lo spirito di conquista: il primo sogno americano morì quasi subito. Il regista non fa di nessuno un eroe: il capitano John Smith (Colin Farrell) che arriva in Virginia condannato a morte per insubordinazione e viene subito graziato, si innamora appassionatamente della figlia del capo indiano, la leggendaria Pocahontas, ma la abbandona quando gli viene offerto il comando cdi altre spedizioni; l'aristocratico vedovo inglese John Rolfe (Christian Bale), iniziatore delle fruttuose coltivazioni di tabacco virginiane, sposa Pocahontas e viene ricevuto con lei alla Corte d'Inghilterra, ma non prima di averla fatta istruire a parlare, leggere, scrivere, vestire, comportarsi all'inglese; Pocahontas (Q' Orianka Kilcker) ama l'uno o l'altro o tutte due o nessuno dei due, divenne una figura della diplomazia culturale illustrando le qualità del suo popolo. Morì a vent' anni lasciando un figlio piccolo: aveva 12 o 13 anni quando aveva conosciuto John Smith. Oltre a respingere ogni visione schematica del mondo, in The New World il regista fa qualcosa di cinematograficamente rilevante. Prende il cinema a far parte della cultura collettiva assumendo immagini e atmosfere di certi film come parte della memoria di tutti: senza che nessuno o nulla vengano mai citati, basta vedere in The New World alcuni villaggi dalle case di paglia dati al fuoco per pensare a Apocalypse Now ed al Vietnam di Coppola; basta sentir dire di due indiani: «Guardavano. Li ho arrestati come spie» per pensare ai neri perseguitati, a Mississippi Burning. Le radici dell'odio di Alan Parker, oppure agli arabi di X-Men. Così, basta vedere gli indiani che si arrampicano per scrutare le prime costruzioni in legno fatte dagli inglesi, i primi inglesi che cominciano in gruppo a tagliare gli alberi, per pensare alla distruzione del territorio: che invece è tanto simile a quello di quattro secoli fa da consentire di usarlo ai realizzatori del film. Nessuna aggressività politica. Come sempre il talento di Terrence Malick sta nel saper mostrare ciò che non vediamo, la tragicità e bellezza della vita. Quanto alla nazione americana, il discorso critico è radicale: non esiste, non c'è, deve ancora venir scoperta.

Lietta Tornabuoni La Stampa, 6 gennaio 2006

Il «nuovo mondo» nei pensieri del capitano John Smith sarà terra di equità, senza ingiustizia e discriminazione, e senza il diritto garantito solo dalla nascita. Tutti mangeranno, potranno avere beni, conquistarsi uno spazio, essere felici. L'Eden insomma, o «il sogno americano» nelle sue fantasmagorie migliori di costruzione orizzontale che l'inglese Smith sarà però il primo a tradire per difendere l'avanguardia delle colonie occidentali dai «selvaggi». Non smettendo comunque di sognare uno luogo diverso, l'esotismo dell'altrove di cui abbiamo sempre bisogno, «rifugio» mentale nel quale perdersi per contrapporre colore e leggerezza alla coscienza pesante di un mondo «vecchio». Saldamente compiaciuto nelle sue certezze di sopraffazione scambiata col diritto di essere io-narrante della Storia. Virginia 1607. Il Nuovo mondo, The New world è il movimento ipnotico di un occhio/camera anarchico catturato dalle trasparenze dei corsi d'acqua, morbidamente avvolto dal verde delle migliaia di foglie diverse, ipnotizzato dal suono di uccelli mai udito che non riesce a vedere. È qui che arriva dopo viaggio infinito il gruppo di nobili inglesi, meno puritani dei pionieri che sbarcarono in Massachuttes trent'anni dopo a bordo della Mayflower. Ma Il Nuovo mondo che dà il titolo al film di Terrence Malick è già «un altro pianeta». Per questa sua regia (di cui firma la sceneggiatura lavorando anche sui diari di Smith), la quarta in trentadue anni (La rabbia giovane è del 72, l'ultimo La sottile linea rossa del 98 ), l'autore texano sceglie uno dei grandi miti fondatori degli Stati uniti, il primo incontro tra i colonizzatori inglesi incarnati dal capitano John Smith, e la principessa Powhatan Pocahontas, figlia prediletta del capo e concentrato adolescente di sensualità, grazia, innocenza. O del suo desiderio, del suo fantasma da proiettare sul quel sorriso ineffabile, nelle danze che ne accompagnano i gesti, di nuovo il bisogno disperato dell'altrove, emozionale più che geografico di cui spostare all'infinito- come farà l' «esploratore» Smith - gli orizzonti. Regista avvolto nel mistero, non si fa intervistare né fotografare, Malick sembrava quasi «predestinato» all'incontro con una storia poco frequentata, dal cinema Usa (c'è stato un B movie Captain John Smith nel 53 e poi il cartoon Disney) forse perché con meno possibilità eroiche della conquista del west. E più complessa anche nel suo essere grumo e genesi della colonizzazione proiettata nell'istante contemporaneo, dove lo spazio del sogno e dell'utopia sono i primi a essere erosi e devastati. John Smith (Colin Farrell) e gli inglesi si accampano sulle rive del fiume Chickahominy, è lì che sorge Jamestown che subito riporta a quanto si è lasciato alle spalle. I nativi li osservano tra le foglie, a volte appaiono con le facce dipinte, danzanti, giocosi anche nella minaccia. Li guardano quegli uomini e quelle donne spettrali, assediati dalla fame e dall'incapacità di muoversi, con curiosità e perplessi. Smith viene mandato a cercare la città dei nativi, e nella spedizione tutti i suoi compagni vengono uccisi. Anche lui lo sarebbe se non fosse salvato dalla principessa che si getta sul suo corpo a proteggerlo...Per Malick l'ineffabile essenza che è l'America diventa così la storia impossibile e molto nouvelle vague tra Smith e Pocahontas (è l'esordiente muscoli, nervi e dolcezza Q'orianka Kilcher), folletto che saltella nella foresta nuda e che perderà la sua aura (e quell'innocenza) in corsetti e scarpe delle donne inglesi che la battezzano Rebecca - infatti Smith fugge lontano. Un amore che vorrebbe vivere al di là del tempo, del linguaggio, della cultura, e il suo svolgersi si racconta nel monologo interiore dei due personaggi dilatato nello spazio, in uno sfiorarsi dolcissimo e commuovente di labbra, occhi, intreccio delle dita. Parlano i corpi, gli sguardi, la natura lisergica, era l'utopia dei 70 (come l'altrove) e proprio allora Malick comincia a pensare a questa storia. Ma la fa oggi dunque consapevole del suo paradosso e della sua impossibilità, lo spazio del sogno e dell'utopia sono i primi a essere erosi e devastati. Pocahontas impara a rinominare le cose con le parole dell'uomo, la musica che accompagna il loro amarsi sono Wagner e Mozart. Tradisce i suoi, viene venduta agli inglesi, impara il significato di menzogna, tradimento, l'innocenza è perduta per sempre, soffocata nella desolazione e nel rito di capitale e potere. La guerra tra nativi e coloni sarà sanguinosa e crudele, prova generale di uno sterminio a venire, anche questo coniugato al presente nel mito, i bimbi che fuggono come nel Vietnam, come in Iraq... Ma sarebbe troppo facile detto così. E infatti. La fanciulla Pocahontas sposa John Rolfe (Christian Bale), uno dei fondatori dell'industria del tabacco in Virginia, vive in una fattoria fordiana, diventa madre. Fino a essere invitata alla corte d'Inghilterra col cuore sempre stregato dal suo capitano. E quando si racconta però che il bene prezioso non è l'amor fou ma la famiglia, la stabilità di casa, benessere, titolo di principessa muore nella scena più bella (e kubrickiana) del film, il labirinto del vecchio mondo che la risucchia. Inadeguata ai suoi virus come la poesia triste e grandiosa di Malick, l'ostinazione di un cinema da major senza «trucchi», senza digitale, coi set illuminati di luce naturale e fatti costruire per intero. Che mostra tutta la fatica a stare dietro all'ambizione del suo narrare, mettendosi a nudo nei limiti di una dichiarata innocenza.

Cristina Piccino Il Manifesto, 13 gennaio 2006

Terrence Malick, il più misterioso dei registi americani nessuno sa dove sia, in pochi l'hanno incontrato ha realizzato il suo quarto film in 32 anni, ovvero dal debutto nel 1973 con La rabbia giovane. Si tratta di The New World (in Usa dal 25 dicembre e in Italia il 20 gennaio), la storia del primo incontro tra esploratori inglesi e culture native sul suolo americano. Un incontro-scontro tra mondi che rispolvera anche il mito della principessa india Pocahontas. cui si era ispirata anche la Disney qualche anno fa. Come tutti i film di Malick (oltre a La rabbia giovaneI giorni del cielo, 1978, e La sottile linea rossa, 1998), The New World è atteso dalla critica con febbricitante ansia, la stessa che precede le possibili grandi scoperte, proprio come il protagonista del film, il soldato di ventura John Smith (interpretato da Colin Farrell), guarda al Nuovo Mondo e ai suoi abitanti. Il film della New Line è stato girato in relativa economia:3ømilionidi dollari, grazie anche al fatto che Malick, Terry per gli amici, gira senza far ricorso a luce artificiale. Il film comincia nell'aprile del 1607, quando le navi della Virginia Company di Londra incrociano l'Atlantico alla ricerca di oro e sbarcano alla foce del fiume James in Virginia con 103 uomini a bordo. L'insediamento viene chiamato Jamestown (circa 30 anni prima dello storico arrivo dei Pellegrini a Plymouth Rock che segna l'inizio ufficiale della colonizzazione). L'oro non si trova e la sopravvivenza è più dura del previsto. Il valoroso John Smith viene inviato dal capitano Newport (Christopher Plummer) a cercare cibo nell'entroterra. Qui il gruppo si scontra con la tribù dei Powhatan che fa prigioniero Smith e lo conduce al villaggio dove incontra la figlia del capotribù, la giovane Pocahontas (la debuttante Q'Orianka Kilcher di 15 anni). Mesi dopo i Powhatan dichiarano guerra agli inglesi. Per aver messo sull'avviso Smith, Pocahontas viene cacciata dalla tribù. Anni dopo la giovane incontrerà un altro esploratore, John Rolfe (Christian Bale), che la sposerà portandola con sé in Inghilterra. Figura a metà tra storia e leggenda, Pocahontas morirà a soli 21 anni durante il viaggio di ritorno nella sua America. L'invisibile Malick non ha parlato con nessuno del suo film. Ci pensa la produttrice Sarah Green a raccontare la genesi di The New World: «Terry ha scritto la prima stesura del copione 25 anni fa. Come tutti i suoi film, The New World è pieno di pathos per l'umanità». Il tempestoso Farrell avrebbe dovuto incontrare la stampa, ma pochi giorni fa è stato ricoverato in una clinica di disintossicazione per abuso di alcol e cocaina. Prosegue la Green: «Il film è la nostra storia americana con tutti i suoi difetti e le sue virtù. È la storia divari tradimenti che dimostrano che la verità non è mai una sola, e ognuno di noi vive con la propria. Non ci sono eroi, né cattivi. Soprattutto è la vera storia d'America, che non iniziò con Colombo né con i Pellegrini o John Smith, ma 15 mila anni fa, quando era una terra abitata da indigeni la cui cultura venne sconvolta dall'arrivo di sconosciuti conquistatori. La sovrapposizione delle culture è l'idea che ha affascinato Malick per 25 anni, un'idea ben rappresentata dal rapporto tra Pocahontas e Smith». Pur concedendosi alcune licenze poetiche e narrative, Malick ha preteso un'accurata fedeltà alla storia, ai luoghi, ai costumi. Ha girato in Virginia negli stessi posti in cui si pensa sia avvenuto l'incontro tra inglesi e nativi e si è avvalso della consulenza di luminari come l'archeologo William Kelso, l'esperto sulla Virginia coloniale Frederic Gleach, il linguista Blair Rudes, specializzato nell'antico linguaggio autoctono Algonquian. Le navi sono state prese a prestito dal Jamestown Settlement Museum e sono stati ricostruiti con dovizia di particolari il villaggio di Pocahontas, il James Fort e i costumi per gli attori. Nel ruolo dei guerrieri Powathan sono stati scritturati giovani indiani di varie tribù nord-americane. Alla fine delle riprese Farrell ha commentato: «Quando Malick annuncia che fa un film noi attori accorriamo gridando di gioia. Io non ho nemmeno letto il copione: la purezza di ogni singolo film da lui realizzato è prova sufficiente del suo genio. Terry è come un vecchio saggio: ha una saggezza accumulata negli anni spesi su un altro pianeta, una straordinaria gentilezza e una ferocia contagiosa. È un grande poeta».

Silvia Bizio La Repubblica, 17 dicembre 2005