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MATCH POINT |
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Buone notizie dal 57esimo festival: Woody Allen è sempre grande, sempre lui. Ma «lui» chi? Il personaggio che ha segnato una data nella storia della commedia? O addirittura una delle menti illuminate del nostro tempo, come sostiene il professor Roland Quilliot nel recente libro «Philosophie de Woody Allen» pubblicato da Ellipses? Certamente, alla vigilia della terza età e dopo qualche operina meno felice, Allen è un maestro capace di rimescolare le carte e iniziare con Match Point una partita tutta nuova. Niente più Manhattan, ma Londra; niente più jazz, ma la musica lirica; niente più risate, ma un conflitto d'anime che sconfina nella tragedia. Un segnale l'autore lo fornisce subito, quando ci presenta il suo Chris ( l'ottimo Jonathan Rhys Meyers), ex campioncino riciclatosi come maestro di tennis nella grande città, mentre legge «D elitto e castigo». Attenzione perché al momento giusto riconosceremo, in veste di variazioni inattese, Raskolnikov, l'usuraia assassinata e il giudice Porfirio. Il tutto contrappuntato da arie d'opera, proprio come faceva Visconti, per ricordarci che oscillando fra amore e morte la vita è un melodramma. Però sulle prime più che dalle parti di Dostoevskij sembra di essere da quelle di Maupassant: Chris è un «Bel Ami» con la racchetta, che incanta e seduce per scalare uno a uno i gradini della società. Senza niente alle spalle, si ritrova fidanzato, e presto marito, dell'ereditiera Chloe ( Emily Mortimer), ben piazzato nella ditta del suocero. Manca solo, a completare il quadro, l'erede sospiratissimo dalla famiglia: e qui si inserisce un paradosso pirandelliano ( con Woody i riferimenti letterari abbondano) perché Chris non potendo avere il figlio desiderato dalla moglie scopre di aspettarne uno indesiderato dall'amante, l'americana Nola. Ovvero l'ex morosa del cognato, attricetta fallita, un'anima persa con una storia di dolori e disastri. Questo personaggio vulnerato e appassionato, fino a un certo punto paziente e poi pronto a esplodere, è una palpitante creazione di Scarlett Johansson, che avrebbe tutti i diritti di sentirsi defraudata di un premio sicurissimo dall'austera abitudine di Allen di non andare in concorso. Ho anticipato, esagerando, che nel film non c'è niente da ridere, ma devo ammettere che si sorride spesso; e se il finale svela qualche nota stonata, come il faccia a faccia del protagonista chiamato a confrontarsi con due fantasmi, è risollevato da un colpo di genio. Proprio al culmine della tragedia, un paio di «punch lines» ( le battute a effetto sicuro che sono la specialità di Woody) scatenano l'ilarità generale e scaldano il pubblico per l'applauso che arriva puntuale sui titoli di coda. Tullio Kezich Il Corriere della Sera, 13 maggio 2005 Il nuovo film di Woody Allen rappresenta una piccola rivoluzione nella sua filmografia. Se il discorso amoroso resta centrale, infatti, cambiano il contesto (Londra), lo stile delle immagini e della scenografia. il commento musicale (lirica anziché jazz), perfino la durata (2 ore). La storia, molto nera, coinvolge un uomo e due donne: l'ambizioso proletario Chris Wilton, maestro di tennis per l'alta borghesia; l'aristocratica Chloe, che potrebbe fargli fare il salto di classe: Nola, l'attricetta che lo attrae irresistibilmente. Lo spartiacque è l'appartenenza a una classe sociale o a un'altra. Allen tesse una ragnatela intorno a Chris, per arrivare alla conclusione che il crimine è socialmente determinato, che l'abisso sociale spinge al delitto.Adepto di Dostoevskij, mette assieme lotta di classe e senso di colpa; poi compie una piroetta cinica, portando lo spettatore verso una soluzione aspra e divertente nello stesso tempo. Ateo dichiarato, Woody si sottrae all'epilogo edificante per imporci una morale della favola squisitamente amorale: tutto dipende dalla fortuna; come quando la palla da tennis resta in bilico per un istante sulla rete, senza che si sappia da quale parte cadrà. Nella diversità dell'impaginazione, il 'Woody's touch" resta intatto. Come il talento nel dirigere gli attori: Scarlett Johansson fantasmatizzata tra sensualità e richiesta di protezione; il bel Jonathan Rhys-Meyers ambiguo e perverso, come un eroe di Stendhal. Roberto Nepoti La Repubblica, 13 gennaio 2006 Un altro Woody Allen ha diretto «Match Point», presentato fuori concorso: senza New York (siamo a Londra), senza chiacchiericcio, senza intellettuali, senza donne-idolo. Senza battute spiritose, o quasi: «Gli uomini dicono che sono speciale», dice lei; «E lo sei?», s'informa lui; «Nessuno ha mai chiesto d'essere rimborsato», replica lei. Senza canzoni americane, o quasi, ma con molte arie d'Opera italiane: «Una furtiva lagrima» (Elisir d'amore), «Un dì felice, eterea» (Traviata), «Caro nome» (Rigoletto), «Mal reggendo l'aspro assalto» (Trovatore). In ammirevole stile classico, Allen racconta una storia classica d'amore, di morte e dei destini del caso, affrontando insieme i fenomeni sociali più contemporanei: l'ambizione senza qualità, il delitto senza castigo.L'arrampicatore è il bellissimo attore Jonathan Rhys- Meyers: un maestro di tennis irlandese di origini popolari che per il suo fascino, la sua gentile pazienza e la sua bravura viene assunto in un club aristocratico di Londra, diventa amico di un giovanotto dell'alta società appassionato di lirica come lui (Matthew Goode), ne seduce e sposa la sorella (Emily Mortimer), si rende simpatico al padre che gli dà un posto nella propria azienda. Ma intanto lui ha perduto la testa per la fidanzata e poi ex fidanzata dell'amico (Scarlett Johansson), un'aspirante attrice americana bionda, sensuale e volgaruccia, che rimane incinta di lui, vuole che lui lasci la moglie e minaccia di dirle tutto, protesta, grida, l'aspetta sotto casa: tra l'amore carnale e la perdita della condizione sociale a cui s'è abituato, lui sceglie (come Martin Landau in «Crimini e misfatti;) l'omicidio.La uccide e rimane a festeggiare in famiglia la nascita del proprio figlio, ad accrescere l'immensa schiera dei criminali impuniti. L'ha salvato il caso, già oggetto delle sue meditazioni: «Il fatto che buona parte della nostra vita sia dovuta al caso spaventa la gente. E'angoscioso dirsi che una tale quantità di cose ci sfugge. Succede, in un match di tennis, che la palla sfiori la sommità della rete e, per un quarto di secondo, possa andare da una parte o dall'altra. Con un po'di fortuna, raggiunge il bersaglio e vinci. Ma può anche ricadere dalla tua parte, e allora perdi».Woody Allen stavolta ha vinto: «Match Point» è bellissimo. E'perfetto il contrasto fra la crudele durezza dei fatti e la lussuosa piacevolezza dell'ambiente: Londra dei ricchi impeccabile e stupenda, le belle case di campagna, la dolce vita dei giovani, gli arredamenti preziosi e comodi, l'eleganza troppo semplice delle donne e quella troppo ricercata degli uomini, le automobili, i ristoranti, i libri, il teatro. E'descritto con autentica maestria l'appetito (anzi, la fame) sessuale degli amanti che si trovano finalmente a poter esprimere la passione senza temere d'essere considerati con ironia, senza sentirsi in soggezione. E'magnifica la scelta degli attori, la levità e insieme la forte critica sociale con cui la tragedia è raccontata; e l'ironia sempre sottesa, mai espressa però evidente. Alle prime proiezioni il film è piaciuto molto, ha avuto grandi applausi.Soltanto i cineasti e giornalisti greci restavano preoccupati, rannuvolati: il nuovo governo di destra ha subito licenziato Theo Anghelopoulos, il maggiore regista del Paese, il più celebre all'estero, dalle commissioni cinematografiche statali che presiedeva o a cui partecipava. E adesso chissà che cosa capiterà d'altro, nella Grecia che non sa dimenticare i colonnelli. Lietta Tornabuoni La Stampa, 13 maggio 2005 Un Woody Allen senza Woody Allen è sempre un'eccezione oltre che un azzardo. Ma dall'autore di "Manhattan" nessuno si aspettava una storia di infamia e ascesa sociale ambientata nell'alta società londinese lunga per giunta più di due ore. Dopo il fiacco "Melinda e Melinda" si poteva temere insomma un'altra delusione. Invece "Match Point" (fuori concorso), asciutto e incalzante come un teorema, è un vero gioiello. Nonché un film del tutto inatteso per tono, linguaggio, visione del mondo. Siamo dalle parti del lontano "Crimini e misfatti", 1989, altra vicenda di amori clandestini e delitti quasi perfetti. Lì però Woody giocava ancora in casa, e non solo perché non si muoveva dagli Stati Uniti. Qui invece il tratto è ancora più secco, lo sguardo più disilluso, la condanna e l'indignazione espressi fin dal titolo nel film americano (alla lettera "Crimini e quisquilie", non misfatti), lasciano il posto a un'ironia amara e perfino crudele. Non esistono il bene e il male, o meglio non c'è morale né legge che tenga. In fondo è tutta questione di fortuna, è il Caso l'arbitro supremo, che la pallina da tennis cada da una parte o dall'altra della rete dopo aver fatto "net" (è la sorprendente scena d'apertura) dipende solo da un dio così capriccioso che conviene non crederci e nemmeno sperarci. Il bello è che tutto questo possiamo dirlo dopo, a film finito, ma in platea ogni cosa, a partire dalla voce narrante, ci porta a vivere la vicenda con gli occhi del personaggio peggiore, ovvero a simpatizzare con lui, a sposare il suo punto di vista e le sue ragioni, senza immaginare che passo dopo passo lo spiantato opportunista diventerà un criminale. Spalleggiato da comprimari ignari ma non migliori di lui anche se nessuno infrange la legge, nessuno si sporca le mani ma tutti in fondo, fra buone maniere e convenienze sociali, spingono nella sua stessa direzione. Abbiamo detto che il film è secco e preciso come un teorema, dunque non lo guasteremo dettagliando una vicenda per molti versi banale. Diciamo solo che Jonathan Rhys-Meyers è perfetto nei panni dell'ex-campione di tennis irlandese impalmato dalla figlia di un ricchissimo mecenate londinese, che Scarlett Johansson è ancora una volta magnifica come attricetta americana fidanzata al figlio del mecenate e non meno fuori posto in quella grande famiglia europea, e che Londra con i suoi templi del lusso, la Tate, le Jaguar, le vetrine, non è mai stata più desiderabile e irraggiungibile. Ma il film non sarebbe così crudo e sferzante se non mescolasse abilmente le carte della libidine e del (ri)sentimento di classe. Sono l'amarezza e la vulnerabilità della Johansson a conquistare il tennista facendolo sentire vicino a lei; sono la sua malizia, i suoi fianchi burrosi, le sue forme perfette a farlo crollare (la prima scena d'amore sotto l'acquazzone è incredibilmente esplicita). Ma sono gli agi, i lussi, le regole della sua nuova famiglia a condurre la danza, che sarà macabra come nel suo Strindberg prediletto. E qui torniamo ad Allen, del quale quasi ci si dimentica tanto il film è insolito. Chissà quanti avrebbero riconosciuto la sua mano a proiettarlo senza titoli. Ma questi son giochi che nessun festival può fare. Purtroppo. Fabio Ferzetti L'Unità, 13 maggio 2005 Un campo da tennis in terra rossa. La pallina gialla vola da una parte all'altra, entrando e uscendo dall'inquadratura. La voce fuori campo del protagonista riflette sull'incidenza del caso nella vita degli esseri umani: «Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po'di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi da la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto». È il prologo di uno dei più nitidi e avvincenti film di Woody Allen senza Woody Allen, che ha inaugurato ieri fuori concorso la vera storia del festival 2005: «Match Point» non può aspirare, ovviamente, al Palmarès, ma è chiaro a tutti che solo con titoli di questo calibro lo show può uscire dal circuito chiuso dei cinèfili e riaccendere lo spossato interesse degli spettatori normali. A suo pieno agio nella trasferta londinese, il regista rinuncia a mettersi in scena come impagabile farceur, ma in compenso costruisce un thrilling «societario» che da una parte richiama il nichilismo di Dostoevskij e il naturalismo di Dreiser («Una tragedia americana»), dall'altra la sorniona ed elegante crudeltà dell'ultimo Hitchcock. «Match Point» si giova, innanzitutto, di stupende recitazioni, sostenute da dialoghi scritti in stato di grazia che sarebbe ideale gustare nel perfetto inglese originale; poi centra tutti i dettagli psicologici, tutte le sfumature ambientali, tutte le chiavi narrative mantenendo sempre alta la tensione e schivando la nota debolezza dell'autore per il tragico cerebrale. Nella sua implacabile progressione, infatti, resta incollato ai gesti, alle espressioni, ai pensieri occulti o manifesti dei personaggi, abrogando ogni (pre)giudizio teorico e limitandosi a utilizzare come sarcastico evidenziatore la colonna sonora gremita di hit operistici, da «La traviata» a «L'elisir d'amore», da «Rigoletto» a «Guglielmo Tell». Dettagliare la trama sarebbe, in questo caso, una scorrettezza critica: basta dire che assistiamo all'irresistibile ascesa dell'aitante ex promessa del tennis Chris (Jonathan Rhys Meyers) nell'alta società londinese, messa in grave pericolo al momento dell'apogeo dalla torbida relazione con la giovane e spregiudicata aspirante attrice Nola (Scarlett Johansson). Sulla soglia del paradiso i capricci del destino s'intrecciano alle debolezze dell'istinto e, nello scenario di lussuoso comfort (Londra ne risulta gratificata come la migliore New York alleniana), s'aprono profonde crepe, spaventosi crepacci che faranno oscillare il protagonista come la pallina del prologo sugli opposti versanti del colpo di scena finale. L'aspetto più scioccante del passaggio in concorso del film irakeno «Chilometro zero» sta nel gelo ostile con cui la platea ne ha accolto i titoli di coda. Purtroppo, a prescindere dai valori artistici sciorinati dal regista curdo Hiner Saleem (che sono certo intermittenti e ingenui), dei festivalieri pronti ad entusiasmarsi per qualsiasi tirata in politichese hanno in pratica detestato proprio il «cuore caldo» della ballata; e cioé la denuncia spietata del terrore instaurato da Saddam Hussein e lo straripante entusiasmo provato da milioni di perseguitati al momento della liberazione, tra tanti tragici errori comunque operata dagli eserciti anglo-americani. E pensare che il film stesso, centrato sulla rievocazione della criminale guerra all'Iran voluta dal regime nell'88, aveva già stigmatizzato il finto pacifismo di rigore tra i nostri intellettuali: quando un reduce odierno di quel macello dice «in Europa milioni di persone protestano contro la guerra imperialista di Bush», un altro risponde: «sì, certo, gli americani saranno imperialisti, ma noi avremmo accettato con somma gioia di essere liberati anche dagli scandinavi, dai giapponesi o dagli indiani!». Valerio Caprara Il Mattino, 13 maggio 2005 Woody Allen è in perfetta sintonia con il leit-motiv del festival nel suo Match Point, che coniuga thriller, imprevisto e paternità in un sol colpo, quello della pallina da tennis che sbatte contro il bordo alto della rete e resta indecisa se cadere di qua o di là. In un quarto di secondo, la vita è risolta. Si può perdere o si può vincere, così per caso. Tutto gira intorno a questa metafora che il regista newyorkese ribalta, giocando fuori casa, a Londra. Se fosse un Hitchcock, Woody Allen non avrebbe preso alla leggera l'imprevisto che non salva mai il colpevole. C'è sempre qualcosa al di là del McGuffin, l'espediente, che conduce alla resa dei conti nel cinema del maestro del brivido. Ma Allen è qui particolarmente amaro, disilluso e implacabilmente matematico nel descrivere la fortuna dei criminali, che sbagliano, lasciano tracce, mentono, imbrogliano e la fanno franca. Chissà se dietro Match Point c'è anche la resa del cinema davanti alla vita reale come immorale messa in scena.Chris Wilton, il sensuale Jonathan Rhys Meyers, è un po' un Mister Ripley, vittima della lussuria e di una calcolato desiderio di ascesa sociale. Buon tennista irlandese, entra nel club esclusivo della borghesia londinese e da paria si trasforma in businessman con autista grazie all'amicizia con il rampollo dell'alta società Tom Hewett, che ha per fidanzata un'altra arrampicatrice sociale, attrice americana fallita, Nola Rice (Scarlett Johansson), eccellente miele erotico. Chris Wilton recita la sua parte di ragazzo che si è fatto da sé, servizievole, educato e seduttivo. Conquisterà la sorella di Tom, Chloe (Emily Mortimer), e la sposerà. Obiettivo raggiunto, il povero irlandese ce l'ha fatta. Ma. La borghesia ha il sangue blu mentre quello di Chris e Nola è rosso e caldo, e si mescola volentieri in torride sedute di sesso appena i fidanzati Hewett si girano per un drink nel salotto con veduta sul Tamigi, o s'incantano all'Opera ascoltanto Donizetti, Verdi, Bizet e Rossini. Woody Allen li segue freddamente, in agguato. Troverà il suo joke all'improvviso con un capovolgimento di fronte, quando la pallina famosa contravverrà al suo destino. I ricchi vincono barando, e Chris Wilton ormai è uno di loro.È un Allen fuori genere Match Point, irriconoscibile se misurato sull'humor surreale, l'acidità ribelle, i vezzi metropolitani e tutto il repertorio da strizza-cervelli conosciuti. Il malessere si fa atto di «normale» follia e avanza verso un esito alla Patricia Highsmith con Chris che lucidamente decide di eliminare la «lussuria» con un colpo di fucile e di praticare la paternità di classe. Due figli sono in viaggio, sceglierà quello vincente. La risata dei festivalieri alla trovata di Allen è sinistra, come il fantasma di Nola Rice che chiede spiegazione.Chris Wilton, il sensuale Jonathan Rhys Meyers, è un po' un Mister Ripley, vittima della lussuria e di una calcolato desiderio di ascesa sociale. Buon tennista irlandese, entra nel club esclusivo della borghesia londinese e da paria si trasforma in businessman con autista grazie all'amicizia con il rampollo dell'alta società Tom Hewett, che ha per fidanzata un'altra arrampicatrice sociale, attrice americana fallita, Nola Rice (Scarlett Johansson), eccellente miele erotico. Chris Wilton recita la sua parte di ragazzo che si è fatto da sé, servizievole, educato e seduttivo. Conquisterà la sorella di Tom, Chloe (Emily Mortimer), e la sposerà. Obiettivo raggiunto, il povero irlandese ce l'ha fatta. Ma. La borghesia ha il sangue blu mentre quello di Chris e Nola è rosso e caldo, e si mescola volentieri in torride sedute di sesso appena i fidanzati Hewett si girano per un drink nel salotto con veduta sul Tamigi, o s'incantano all'Opera ascoltanto Donizetti, Verdi, Bizet e Rossini. Woody Allen li segue freddamente, in agguato. Troverà il suo joke all'improvviso con un capovolgimento di fronte, quando la pallina famosa contravverrà al suo destino. I ricchi vincono barando, e Chris Wilton ormai è uno di loro.È un Allen fuori genere Match Point, irriconoscibile se misurato sull'humor surreale, l'acidità ribelle, i vezzi metropolitani e tutto il repertorio da strizza-cervelli conosciuti. Il malessere si fa atto di «normale» follia e avanza verso un esito alla Patricia Highsmith con Chris che lucidamente decide di eliminare la «lussuria» con un colpo di fucile e di praticare la paternità di classe. Due figli sono in viaggio, sceglierà quello vincente. La risata dei festivalieri alla trovata di Allen è sinistra, come il fantasma di Nola Rice che chiede spiegazione. C'è poco da ridere, Chris Nolan ha vinto un match point e perso il campionato. Abbandonata l'illusione di uno scarto emotivo, di un colpo di genio, di uno zoom o di un carrello per cambiare prospettiva alla vita, Woody Allen passa la mano. Mariuccia
Ciotta Il Manifesto, 13 maggio 2005 |
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